-COSCIENZA-
Dov’è colei a me promessa?
Quanto tempo ancora aspetteremo
noi ultimi
Che speranza a torto logora,
Con sorrisi di fessure e crepe avare...
Di boccastomaco cuciam le labbra
Sennò di denti facciam farina
Che da ingoiare rimane ruvida.
E le parole?
Non c’è più lettere che possan dire
Il ripetuto, senza timore, all’infinito.
Dov’è colei a me promessa?
Una promessa fu la risposta...
Sei giri interi attorno al sole
Di buio e basta,
talvolta umido di urina pallida e profumata.
Dov’è colei a me promessa?
Solo una voce
Talvolta esile talvolta scettica
Diceva “Eccola...”
Poi ancora bruno, mogano oscuro,
Solo dei lampi rosso carminio
Ci intravedevano in valli tiepide a fin di vista.
Dov’è colei a me promessa?
S’io chiudo gli occhi,
Com’altri han fatto con la mia bocca,
Quel nero lucido di cui io m’intreccio sarà sì legge!
E allora, qual mostro sacro si oppone ancora
Al mio microbico desiderar?
E’ un gioco amaro,
Costretto qui, legato al filo
Con tra le dita l’intiero destino
Di un universo senza sorrisi.
E voi giocate, giocate,
Ma è un gioco rischio
Perché sapete che tutto il resto
Si regge in bilico sulle colonne di mia Coscienza!
Dov’è colei a me promessa?
Poi piano piano
La voce flebile d’un mio rivale
Mi squagliò il volto
Ridendo lampi di verità;
Che questa attesa fu raggirante d’un fatto limpido,
Così tagliente come le rose
Che se d’inverno diventan ghiaccio
Trapassan avide la carne rosea
D’un volo angelico d’incima al mondo.
Questo rivale,
ormai compagno nell’impossibile
mi disse lento:
“Solstizio
d’autunno
vagando
tra i rovi
di rose
piangendo
la morte
dell’unico
amore
bramando
più sangue
e poi piove.
E gli angeli
ridono
sentendo
il piacere
del cuore
spezzato
di un demone
mai pago
di gocce
di sangue
dell’ira.
Ricordi
a rallentatore
del salto
nel vuoto
dell’unico
amore
del volto
purpureo
squarciato
da rose
di ghiaccio
e poi piove.”
Udito tanto mi volsi indietro
Tenendo aperto con sforzo unico
L’imbocco rigido del mio intestino.
E allora vomito dall’altra parte
Si fece strada finchè tra i denti
Trovò compagni di cibi antichi.
E a tutti insieme manifestando
Si uniron lacrime.
Dov’è colei a me promessa?
E’ andata altrove.
-RISVEGLIO-
Mi strofinavo sui caldi
ed umidi bitorzoli
Del mio tiepido cervello
Leccando questo filo d’infelicità
Ormai prossimo a spezzarsi
Mantenuto teso
Dall’osservazione acuta
Dell’insfiorabile susseguirsi degli eventi
Ovunque fossi vedevo il pentagramma
Del quale io, nota, facevo parte
Come ogni altro essere vivente
Esso indicava la suprema
musica
Dell’eternità ineluttabile,
Irosa
Come il mare
Quando durante una tempesta tenta
di soverchiare il vento.
Vibrante
Come le grida sbavate da un fiocco di neve
Che lotta tra i cieli bianchi
Quale spettacolo,
Il distacco era la soluzione,
L’osservazione e l’analisi di tutto
Fino al più piccolo grumo di polvere
Decontestualizzato e rivoltato
Privandolo di ogni significato
A parte quello di attore
Sullo schermo
Del tempo che passa
Dissonanze rivoltanti l’ultimo
splendente respiro
Reverende madri onorate
Qualsivoglia sintomo
Si staglia assoluto
E’ nato migliaia di volte
Morto altrettante
Così sarà,
Ogni istante racchiude l’assoluto.
Ogni istante racchiude l’assoluto.
Ogni istante racchiude l’assoluto.
Quel giorno infausto ho riaperto gli occhi
Li ho spalancati
Come un sipario che d’improvviso
Mostra maestoso la scena satura
Di nero pece.
E brancolando divenni attore
D’un circo pazzo, o marionetta.
Un carboncino segnava linee
di percorrenza
Di passi e danze che il me materico
Seguiva docile.
Poi chiusi gli occhi con punto a croce
E allora vidi sul palcoscenico
S’inchino’ un mago pilastro e secco
Con un cucchiaio raschiava i polsi
Lo sguardo attento trafisse MUSICA
La ballerina che dentro l’anima
Con un grammofono
Dettava il battere del tempo cupo.
Le dita rigide con martelletti
schioccavan corde di note tonde.
Lei ripeteva perseverando con toni limpidi:
“Vi avvolge un aurea
di verdi spine
Talvolta rosse dal dito punto
Oppure monche come le mani
Che incantan popoli di burattini.
Vi avvolge un aurea di verdi
spine
Talvolta rosse dal dito punto
Oppure monche come le mani
Che incantan popoli di burattini.
Vi avvolge un aurea di verdi
spine
Talvolta rosse dal dito punto
Oppure monche come le mani
Che incantan popoli di burattini”
Così trascrissi sulla
mia pelle
Pensando bene in quell’istante
Di tramutare, come di moda,
Le verità:
“L’aria un matrimonio
tra suoni
Così indistintamente gelati e cristallini
Saette su strati di pelle emozionata.
Il timpano vibra solleticando il cervello
Che infastidito abbandona
Gli ingranaggi aridi delle caviglie.
Non più messaggi in cammino
Non cammino più.
Se non dopo che le mie ginocchia
Abbiano toccato il terreno
Con un amaro grattar.
Inebriato
Avanzo
Completando
Lo spoglio dei menischi
Finchè un dolore mi comunica
Il macinare d’ossa, sangue e pietruzze
E mi costringe con un sussulto
A riprendere fugacemente consapevolezza
Dello stuzzicante impastar
Sinfonie al dolore.
Minuscole goccioline sono note
Che ondeggiano negli affluenti
Del mio sudato fiume
Che sorge così freddo
Dal conato secco
Delle scosse
Di lancinante dolor.
E mi bruciano le mani
Appese allo stoppino
Dell’ultima tremolante fiammella
Caduco barlume o contrariata speranza
Di future guerre e contese
O solo vile appendersi
Ai fragili ramoscelli
Del secco albero
Della vita.
Poi un tonfo li spezza
E la faccia cocci rossi
Su un pavimento di maioliche bianche
Lucidate da un avanzare di nebbiosi motivetti
Cantati da neri angeli
Che colano liquidi opachi”.
Sì fisso indosso
mi voltai ancora
Alla ricerca di danzatrici col vero in bocca,
Con l’uovo intero di raffaello.
Non ne trovai.
Mi accorsi allora che il
testo affisso
Non distingueva drasticamente da verità.
Radici avevo nell’arduo intento
Di comandare le membra mie,
Ribelli ancora per tanto gusto.
-RI-MEMBRA-NZE-
Rivissi allora tanti momenti
Di quest’alone di mondo vero;
Vidi i colori più disparati
Lucidi e opachi,
Vidi il dolore di chi d’un tratto
Per brama altrui
In un barattolo di feci putride
Fu sigillato fino al tramonto.
E quando giunser con l’apriscatole
Il sole ormai s’era accucciato
E un breve buio lo separò
Dal dire addio.
Se n’era andato
Perché quei tagli
Che rose gelide inciser me per un amore,
lui lo trafissero
Per un miliardo
D’orrori unici
Visti con occhi
Di chi l’affetto
Mette su un trono,
Caracollato
Da chi su un trono
Mette se stesso
e con malizia
cancella il resto.
Fui un po’ anche lui...
E un po’ anche voi
di spine fredde
ne avete il segno
seppur remoto.
Ve lo racconto.
I suoi capelli
Sono rimasti infangati in grigie stanze
Che colano
Tiepide acque brune.
L’aria fredda come il più freddo inverno,
Soave come l’ondeggiare di un cristallo d’acqua
che scende dal cielo.
Il suo nome si conta
Il suo nome si conta
Il dolore è marchiato
a caldo
E frigge all’interno delle sue scricchiolanti carni,
Una schiena piegata sotto il peso di tutte le pietre
Trema ad ogni dolce parola
Squagliata in un caffè
Senza zucchero né direzione
Come ingoiare il ruvido gambo
Di una rosa secca
Di tutte le rose
Lui queste cose le fissa
Perché si fondano con lo sguardo del mondo
Poi una valanga di neve
Gli colpisce la faccia
Essa diventa
Fiumi nelle rughe
Cascate sul petto
Mare inquinato
Sul pavimento
Di quella stanza.
Ora son stanco,
un giocoliere le cui palline
sono ormai piombo.
-IL RITORNO-
Tempi miliardi ne son trascorsi
Da quando l’ultimo pensier prodotto
Rese il mio amore per danzatrici,
Tema opprimente del palinsesto del mio letargo.
Messi da un lato i dolori altrui,
Pur se il fardello mai poserei,
Lesto decido di abbandonare
Ogni legame che affetto impone.
Pensato il mondo senza tiranti
tento ora un taglio senza cesoie
provo con lame di vanità, poco convinto.
Questo passo lo farò
Se non fosse che un masso
Schiaccia la volontà
E si sente il distacco
In parole che crean confini.
Minutamente si incassano
i colpi
Giustificandoli
Il petto gonfio
E una crepa tossisce
Muffa stanca.
Miserabile autoironia
E d’incanto
Il futuro
E’ una lotta
Destarsi da un sogno lungo
anni
D’anime splendide e sguardi delicati
Poi piove il buio
E tutto il resto è amaro
Tranne l’assoluta libertà.
Forse male (ho amato) ma troppo
Oramai Mai più.
La bussola stravolge i punti
cardinali
L’aria si piega e si tinge di rosso.
Forse a fatica
L’intento utopico
Di far morire
Me burattino
trova il percorso.
-L’ULTIMA ANIMA-
Quale traguardo ora che
sono uno?
Dov’è l’arrivo?
Dove mi giro?
In un istante una domanda:
Cosa ho poi vinto?
Sfilàti a forza tutti i vestiti
Eccomi nudo.
L’unico abbiglio ancor indosso è mia coscienza.
Sono sdraiato su sabbia plastica
Chiara di un chiaro che la natura
Neanche per scherzo dipingerebbe.
Sei le candele lasciate al vento,
Una per una,
Cinque di esse,
Morte a metà con fare macabro.
L’ultima viva, luce risparmia, luce dolente.
Sabbie amare di pensieri leggeri
Tormenta
Tormentarsi per raggiungere il vuoto
Traguardo delle eternità trasparenti.
Scoppiano le vesciche sulle
mani scagliose,
Sulle dita rotte,
Sulla ruggine, ruggine, ruggine,
Ruggire per resistere
Ti si gonfiano le vene, premono sul sudore sciapo
Latte
Lotto scappo e inciampo
Travolgendo il viso con infinite rotonde di pensieri
Innumerevoli testacoda
Imperniati all’asfalto incandescente,
Mi piego e mi spezzo
Mi spezzo ma scherzo,
Per raggirare il mio dramma si accascia esausto
Sono esausto
E sono stanco delle trasformazioni
che vi circondano
Per raggiungerli nel loro harem di rifiuti sintetici
Che pena mi fate voi autoeletti
Al vacuo potere della superiorità
Voi e i vostri olezzosi ed infinitamente brevi
Momenti di gloria.
Il tempo passa,
poi c’è la morte...
Che si sconta vivendo.
Poi grasse risate.
poi c’è la morte...
Che si sconta vivendo.
Poi grasse risate.
Poi grasse risate.
grasse risate.